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Vini del Piemonte

Il Piemonte, tra Alpi e Appennini nell'Italia nord-occidentale, è senza dubbio una delle regioni vinicole più grandi e famose al mondo. È in particolare la regione che ospita la maggior parte delle...Mostra di più

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Mauro Molino : Barbera d'Asti Le Radici 2022
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Piemonte, culla di grandissimi vini italiani

Terra vocata alla viticoltura come poche al mondo, il Piemonte è la patria di grandissimi vitigni come il Nebbiolo e la Barbera, nonché di diversi stili di vini, sia rossi che bianchi, ma sempre eccellenti.

Il Piemonte che piace al mondo

L’Italia è uno dei più grandi produttori di vino al mondo, e il Piemonte è una delle regioni che producono più vino in tutto lo stivale. Se gli italiani conoscono da tempo il pregio dei vini tipici piemontesi, anche al di là delle Alpi e oltreoceano negli ultimi anni si assiste a un apprezzamento crescente nei confronti delle eccellenze del territorio sabaudo.

I panorami straordinari, le colline romantiche, la bellezza della natura integrata al lavoro dell’uomo e una tradizione viticola antichissima hanno fatto sì che i paesaggi vitivinicoli del Piemonte, Langhe-Roero e Monferrato, venissero iscritti alla Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, il 22 giugno 2014. E i riconoscimenti per la regione non finiscono qui. Lonely Planet ha designato la regione Piemonte come destinazione numero 1 Best in Travel 2019, per il suo interesse culturale e l’offerta turistica ed enogastronomica.

 

Una regione vocata alla viticoltura

La viticoltura è attestata nella regione fin dai tempi degli antichi Romani, come riportano gli scritti di Tito Livio e Plinio il Vecchio. Secondo la vulgata un ruolo importante è stato giocato da Camillo Benso Conte di Cavour e Giulia Falletti Marchesa di Barolo (gli stessi Marchesi di Barolo che sono tutt’oggi una cantina ancora attiva, gestita dalla famiglia Adami, e noti in tutto il mondo per i loro eleganti vini da Nebbiolo). Entrambi proprietari di vigne e grandi amanti del Barolo, hanno fatto ricorso alle più moderne conoscenze enologiche e a consulenze d’eccezione.

 

© Marchesi di Barolo

 

Fatto strano, fino alla prima metà del XIX secolo i vini piemontesi erano perlopiù dolci. Ragioni logistiche erano in effetti alla base di questa scelta, poiché i vini partivano dal porto di Genova e poi viaggiavano via mare. Lo zucchero residuo garantiva la conservazione dei vini durante i lunghi viaggi via mare.

A partire dai primi anni del ‘900 cantine sociali e consorzi si vengono a creare, aiutando i piccoli produttori a far fronte comune. Dall’unione delle forze nascono i primi raggruppamenti e i nuclei delle future denominazioni. Una nuova generazione di produttori porta la viticoltura piemontese a fare un balzo in avanti impressionante, integrando la tradizione locale con il know-how appreso in Francia. Tra questi, ad Angelo Gaja, per citare almeno il più noto, si deve un grande progresso per il Barbaresco. Negli anni ’60 infatti lo Stato inizia a riconoscere le denominazioni piemontesi – fra le prime in Italia.

Ad oggi (2019) oltre l’80% del vino prodotto in Piemonte è a denominazione di origine. 17 DOCG, su 73 nazionali, e 42 DOC, su 332 nazionali: chiari indicatori di come il vino abbia un peso straordinariamente importante sull’economia piemontese.

 

Langhe Roero, Monferrato e Nord Piemonte

In Piemonte il territorio è per il 30% collinare, per il 26% pianeggiante e il 44% montuoso. Il clima è mediamente temperato a carattere continentale, con escursioni termiche piuttosto marcate fra il giorno e la notte. All’ombra delle Alpi il clima si fa più fresco, mentre l’acqua impone la sua influenza termoregolatrice lungo il fiume Po e i suoi affluenti e nell’area sud-occidentale, dove il Mar Ligure non è affatto lontano (in certi punti la distanza dal confine della regione misura appena 15 chilometri).

Le macrozone viticole più importanti e generalmente note, in cui il Piemonte è suddivisibile, sono: Langhe Roero, Monferrato e Nord Piemonte.

La zona più conosciuta è senza dubbio quella della Langhe, in provincia di Cuneo, poiché ospita le denominazioni Barolo e Barbaresco. Queste si trovano sulla riva destra (cioè a sud) del fiume Tanaro, affluente del Po. Zona vocata alle uve a bacca nera, il Nebbiolo è il principe indiscusso, accompagnato dal Dolcetto. Solo ed esclusivamente i vini prodotti all’interno dei confini delle Langhe possono utilizzare la bottiglia Albeisa, il tradizionale contenitore della zona, a metà strada tra la borgognotta e la bordolese.

Sulla riva sinistra del Tanaro, il Nebbiolo viene invece trasformato in Roero. Ma la reputazione della zona è strettamente collegata ad un’uva bianca, l’Arneis.

 

© Millésima

 

Nella parte sud-orientale della regione, nelle province di Asti e Alessandria, si trova il Monferrato. Se il Nebbiolo è il re delle Langhe, la Barbera è la regina del Monferrato. Altre uve rosse tipicamente coltivate sono Dolcetto, Grignolino, Freisa, Malvasia di Casorzo e Bonarda. In bianco troviamo invece il Moscato Bianco, che diventa il celebre Moscato d’Asti DOCG, il dolce e aromatico compagno di tutte le feste. Terra degli “infernot”, le spettacolari cantine scavate nell’arenaria al di sotto delle abitazioni, che formano un labirinto sotterraneo, destinato alla conservazione dei vini, il Monferrato ha una storia profondamente legata al vino.

Nel nord del Piemonte, all’ombra del Monte Rosa, tra le province di Torino, Novara e Vercelli la vigna è parte integrante del territorio. Tra i vitigni più importanti troviamo il Nebbiolo, che qui prende il nome di Spanna, diversi vitigni locali e il leggendario Erbaluce, vinificato fermo, spumante o passito.

 

Zoom sulla DOCG Barolo

Il Barolo viene riconosciuto DOC nel 1966 e poi come DOCG nel 1980. Nebbiolo in purezza è ciò che il disciplinare prevede. Si tratta di un’uva le cui caratteristiche principali risiedono nella potenza e nell’eleganza. Note di rosa, fiori secchi, sottobosco e anice sono piuttosto comuni, mentre il tannino muscoloso permette lunghissimi invecchiamenti.

La DOCG Barolo si estende in 11 comuni, su quasi 2000 ettari. Vale la pena citare almeno cinque di essi: Barolo, La Morra, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba e Monforte d’Alba. Il terroir dei primi due, ricco di marne azzurre poco compatte, dà un vino leggermente più morbido e fruttato. Negli altri tre, dove il terreno è ricco di marne grigie brune molto compatte, si trovano vini più potenti, con maturazioni relativamente più lente.

 

© Domenico Clerico

 

 

Non è sempre stato così, ma negli ultimi anni si è installato il concetto di cru. La maniera tradizionale piemontese di vinificare riunisce nebbioli provenienti da diverse parcelle, privilegiando l’arte dell’assemblaggio (come nel caso di Cordero di Montezemolo, il quale elabora comunque anche dei cru). La menzione del cru, o vigna, seppur non obbligatoria, compare sempre in etichetta poiché garanzia di una qualità sopraffina. Tra questi, Cannubi, cru storico di Barolo, e Bussia, il cru più famoso di Alba, insieme a tanti altri…

Il disciplinare di produzione prevede che i baroli maturino almeno 38 mesi, a decorrere dal 1 novembre dell’anno della raccolta, di cui 18 obbligatoriamente in legno, ciò che dona al vino le piacevoli note di boisé, vaniglia e tabacco. Per ottenere la menzione Riserva il Barolo deve affinare almeno 5 anni, prima della release sul mercato.

 

Zoom sulla DOCG Barbaresco

Come il suo inseparabile fratello, le colline del Barbaresco sono riconosciute come DOC dallo Stato italiano nel 1966, promosso poi a DOCG nel 1980. La zona di produzione si trova affianco a quella del Barolo, un po’ più a nord-est. Il vigneto è piuttosto piccolo, nemmeno 700 ettari, e si sviluppa sui comuni di Barbaresco, Neive, Treiso e Alba.

Un’importanza non trascurabile è data dalle aggregazioni di viticoltori e, in particolare, negli anni ’50 si forma il primo nucleo dei Produttori del Barbaresco: oggi cantina prestigiosa che conta 50 famiglie e 100 ettari di vigne.

 

© Pio Cesare

 

Qui, l’antichissimo terreno collinare è molto ricco di argilla e calcare, e percorso lungo il Tanaro dalle cosiddette “rocche”, ovvero profonde spaccature nel suolo. Anche qui tradizionalmente i vini assemblavano uve provenienti da diversi vigneti, mettendo in risalto la costanza qualitativa e l’omogeneità. Ma negli ultimi decenni anche la denominazione del Barbaresco ha subito un lavoro di zonazione e suddivisione in cru (es: Rabajà, Asili e Montestefano). I microclimi e i suoli cambiano a seconda dell’altitudine e della distanza dal fiume Tanaro.

Se è vero che provengono dallo stesso vitino, una delle differenze tra Barolo e Barbaresco, oltre alla diversa zona di produzione sta nella vinificazione. 26 mesi di maturazione, a partire dal 1 novembre dell’anno della raccolta, di cui almeno 9 in legno, è il tempo minimo previsto dal disciplinare. Per la menzione Riserva occorrono 4 anni, prima della messa sul mercato.

I fiori, i frutti rossi, il tostato, la liquirizia, il cacao, i tannini imponenti… tutto nel Barbaresco parla di nobiltà ed eleganza.

 

Zoom sulla DOCG Barbera d’Asti

La Barbera tradizionalmente si declina al femminile. Si tratta del vitigno più diffusamente coltivato in tutto il Piemonte e tra le denominazioni più note troviamo Barbera d’Alba, Barbera del Monferrato e, la punta di diamante, la Barbera d’Asti. Quest’ultima si estende su 4000 ettari in provincia di Asti e Alessandria.

Straordinariamente rivalutato negli ultimi decenni, questo vitigno gode oggi di un immenso successo. A lungo relegato al livello di “vino da tutti i giorni”, oggi il suo lato “pop” è accettato con orgoglio. La Barbera d’Asti diventa DOC nel 1970, ma deve attendere quasi 40 anni prima di essere promossa al grado superiore. Nel 2018 la DOCG ha festeggiato i suoi primi dieci anni.

 

© Bruno Rocca

 

Un’altra modifica importante si è prodotta nel 2016, quando la denominazione a Nizza del Monferrato, ex sottozona, si è staccata dalla DOCG Barbera d’Asti ed è diventata una denominazione a parte: Nizza DOCG. Seppure giovanissima, la DOCG Nizza ha già conquistato riconoscimenti e consensi internazionali (in particolare grazie al Nizza Cipressi 2016 di Michele Chiarlo).

La cifra stilistica della Barbera è la sua freschissima acidità. Un lato beverino e piacevole la rende adatta ad ogni momento. In particolare, fra le varie denominazioni a base di questo vitigno, la Barbera d’Asti è quella più potente, minerale e scoppiettante. Il bouquet si sviluppa intorno a note di frutti di bosco, ciliegia, confettura, cannella, cacao… Un ventaglio di aromi complesso e di facile beva, che si accompagna a tutti i momenti del pasto, dall’aperitivo in avanti.

 

Vini del Piemonte, quando la gastronomia pretende un abbinamento di qualità

Non di solo vino vive il Piemonte. Come sempre prodotti dello stesso territorio tendono a formare abbinamenti particolarmente riusciti.

 

© Marchesi di Barolo

 

La “bagna cauda”, piatto povero della tradizione piemontese (un intingolo di acciughe, olio e aglio) si abbinerà ai vini monferrini in un’armonia di sapori. Re di Langhe, Roero e Monferrato è il tartufo bianco, e particolarmente noto è quello d’Alba. Formaggi pecorini, tome, agnolotti del plin, i tanti risotti (tra cui quelli al Barolo o alla Barbera), i brasati (ancora una volta il Barolo può essere parte integrante della ricetta), la selvaggina, le nocciole… l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

I piatti tipici della tradizione si integrano in un incastro perfetto con i vini della regione, dove la Barbera si addice in particolare a piatti grassi e succulenti e i Nebbioli sanno esaltare le carni più sapide.

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