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Vini rosati

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Dom Pérignon : Plénitude P2 Rosé 1995
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Dom Pérignon : Plénitude P2 Rosé 1996
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Ruinart : Dom Ruinart Rosé 1990
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La rivincita dei vini rosati: da vini bistratti a star del momento

 

Fresca è la controversia su Prosecco rosé sì, Prosecco rosé no. Da un lato chi vuole conservare l’identità di un vino tipicamente e storicamente solo bianco (salvo strane, discutibili imitazioni) e, dall’altro chi vuole aprirsi al mercato e fornire un prodotto di qualità. Questo dibattito non è che la spia di un trend ben visibile negli ultimi tempi. Da ogni parte e sempre più unanimemente si riconosce che i vini rosati stanno godendo di sempre maggiore successo. La loro fama si sta finalmente sdoganando dal pregiudizio di essere vini né rossi né bianchi, quindi, in pratica, né carne né pesce. Un preconcetto da cui l’Italia è ancora affetta, mentre altri Paesi, Francia in testa, apprezzano già da tempo e senza riserve i vini rosati.

 

Vini rosati, frutto di una vinificazione complessa

 

Per prima cosa bisogna sfatare il mito che i vini rosati siano una miscela di vini bianchi e rossi: questa è una pratica strettamente vietata. L’unica eccezione consentita dalla legislazione è rappresentata da alcuni spumanti e champagne rosé, che sono fatti a partire da un vitigno a bacca bianca, Chardonnay o Pinot Bianco, e uno a bacca nera, Pinot Nero. Ma, neanche in questo caso, si tratta di unire due vini finiti, poiché l’assemblaggio deve ancora subire le fermentazioni. Semmai è il metodo di vinificazione che è a metà strada tra la vinificazione in rosso e quella in bianco.

Innanzitutto si utilizzano solo uve nere. Si esegue una pigiatura delicata e, come per i rossi, le bucce vengono lasciate a contatto con il mosto. La difficoltà di questa tecnica sta nell’attento e preciso tempismo con cui vengono eliminate le bucce (svinatura). Se per i rossi si parla di un periodo che va da un giorno a qualche settimana, per i vini rosati di solito non si superano le 24 ore. In alcuni casi, se si utilizzano uve poco pigmentate, come il Grigiolino, la tecnica è la stessa utilizzata per i rossi, ma il risultato rimane comunque chiaro.

La fermentazione avviene dopo la svinatura e a basse temperature, come per i vini bianchi. È raro che i vini rosati vengano fatti fermentare in legno, più usuale è la fermentazione in acciaio o cemento. Nel momento in cui la fermentazione è completa, i vini vengono stabilizzati e imbottigliati. Vista la scarsità dei tannini presenti, sono vini che non ci guadagnano nel tempo, ma al contrario, dopo i primi due anni, di regola tendono a perdere freschezza e aromaticità. Ma come sempre, ci sono alcune eccezioni che confermano la regola.

 

Le superstar dei vini rosati francesi

 

Nell’universo ampio (e in espansione) dei vini rosati, sicuramente la Francia vede la vie en rose. La Provenza, in particolare, è la più iconica regione viticola francese per quanto riguarda i vini rosati. Basti pensare che l’89% dei vini che vi vengono prodotti è rosé. Con un clima mediterraneo, influenzato dal Maestrale, e un paesaggio da sogno, vi prosperano principalmente le uve Grenache, Cinsault, Syrah, Mourvèdre, Tibouren, Carignan e Cabernet Sauvignon. Il 96% della produzione dei vini della regione viene prodotto da tre AOC (Appéllation d’Origin Controllée): Côte de Provence, Coteaux d’Aix-en-Provence, Coteaux Varois en Provence. La colorazione passa dal rosa pallidissimo, attraverso una una palette abbastanza variegata, fino a un rosa lampone acceso.

Degni rivali dei vini provenzali, sono i Tavel. Si tratta di una denominazione della Valle del Rodano, in cui vengono prodotti esclusivamente rosé. Dei nove vitigni che possono costituire l’assemblaggio (Syrah, Mourvèdre, Cinsault, Clairette, Grenache, Bourboulenc, Carignan, Picpoul, Calitor) nessuno può superare il 60%. Può essere degustato giovane, per cogliere le note dolci e fruttate, ma, fatto raro, è anche un rosé che invecchia bene, sviluppando note speziate e piene.

Parlando dei vini rosati di Francia non si possono non citare i rosé della Corsica. Più di metà della produzione dell’isola è in rosé. Le uve autoctone costituiscono la cifra stilistica più caratteristica dei vini della regione e ciò vale, naturalmente, anche per i rosé. I più celebri e apprezzati sono quelli a base di uve Sciaccarellu e Nielluccio. Se i primi sono un po’ più chiari, beverini e di tendenza, i secondi sfoggiano uno stile adatto ad accompagnare la migliore gastronomia.

 

Vini rosati in Italia? Eccome se ce ne sono

 

Paradossalmente, nonostante i preconcetti legati ai vini rosati, l’Italia può vantare una gamma di rosé di qualità sorprendente. Allo stesso modo degli champagne rosé francesi, anche gli spumanti rosati italiani vengono prodotti a partire dal nobile Pinot Nero. In particolare il Franciacorta rosé, nato tra le colline bresciane, e il Trentodoc rosé, nato tra i paesaggi da cartolina del Trentino, sono spumanti metodo classico, ben lontani dall’essere semplicemente vini “alla moda”. Sono vini rosati con struttura, corpo, acidità e profondità da vendere.

Facendo un rapido – e incompleto – Grand Tour della penisola, e scendendo leggermente fino alle sponde del Lago di Garda, dal lato veronese, troviamo il Bardolino Chiaretto, a base di uva Corvina. Sfoggia un colore molto chiaro, una freschezza agrumata e una spiccata sapidità.

Continuando a scendere ci si imbatte nel Cerasuolo d’Abruzzo, che fino alla vendemmia 2010/2011 ha fatto parte della denominazione Montepulciano d’Abruzzo. Ora è un vino DOC a sé stante e con dignità e personalità tutte sue. L’uva usata è il Montepulciano, che, così ricco di antiossidanti, rende questo uno dei vini rosati più longevi d’Italia.

Nel tacco del nostro stivale, tra le province di Lecce e Brindisi, il Salice Salentino rosato pare che sia il primo vino rosato in Italia. Negli anni ’40 ottenne un successo immediato negli Stati Uniti, dov’era noto col nome di Five Roses. L’uva Negramaro deve essere presente almeno all’80%.

 

A cosa si accostano i vini rosati?

 

I vini rosati hanno un pregio da non sottovalutare. Non così astringenti e corposi, come certi rossi impossibili da bere in una grigliata di Ferragosto con 37 gradi all’ombra, ma con una struttura che a volte dà più soddisfazione di un bianco, pur avendone l’acidità e la freschezza, i vini rosati hanno la capacità di mettere d’accordo (quasi) tutti.

Estivi, anche se non per forza, i vini rosati possono essere serviti freschi, ciò che li rende perfetti per l’aperitivo. Possono d’altronde accompagnare degnamente anche il pasto.

Sono perfetti abbinati alla cucina mediterranea – il loro DNA non mente – e in particolare a piatti freddi come una caprese o delle insalate, oppure a un riso o una pasta fredda. La morbidezza e l’acidità di un rosé si sposa divinamente con qualunque piatto a base di pomodoro. Per questo, anche se l’abbinamento pizza/birra è un grande classico, è assolutamente da provare anche pizza/rosé: il piacere è garantito. E perché non parmigiana/rosé? Grande soddisfazione dà anche accompagnando funghi e tartufi o piatti di pesce (ottimo con i crostacei). L’accostamento con cereali e legumi è semplicemente eccellente.

 

 

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